Esequie di Stato
Esequie di Stato civili con cerimonia di commemorazione per Giorgio Napolitano
Video completo
Dal libro "Giorgio Napolitano - Testimonianze e prospettive"
Introduzione
Parlare di Giorgio Napolitano non è mai stato facile, nemmeno per chi, come me, lo ha conosciuto soltanto fugacemente. Figuriamoci, dunque, quanto arduo sia stato il compito di coloro che in questo libro hanno accettato generosamente di testimoniare, ciascuno portando con sé il “suo” Napolitano — quello degli anni giovanili nel partito, quello delle stagioni difficili della guerra fredda, quello dei carri armati a Budapest, quello del Viminale e del Quirinale. Ognuno di loro avrà avuto in mente un’immagine diversa, collocata in un momento preciso, in un contesto irripetibile; eppure, a leggere queste pagine una dopo l’altra, si ha la sensazione che tutte queste immagini, per quanto diverse e talvolta contraddittorie, convergano verso qualcosa di vero e di essenziale.
Il ritratto che ne risulta non è quello nitido e composto che ci eravamo fatti di lui — la flemma quasi britannica, l’eleganza sobria, la compostezza serena in pubblico — ma qualcosa di più ricco e sorprendente, come una tela cubista che mostra più volti insieme. Anch’io ho il mio Napolitano: lo rivedo in una sala del Consiglio di Stato, attento e curioso, con le sue domande mai banali; e lo rivedo nel suo studio al Quirinale, in mezzo a quegli operai sardi sconfitti dall’Asinara, a fare domande, ad ascoltare, ad annotare su certi suoi foglietti — in un colloquio libero, senza cerimoniale, come tra vecchi amici. Così era Giorgio Napolitano: un politico finissimo, certo, nel senso più alto e machiavelliano del termine; ma anche, e forse soprattutto, un vecchio gentiluomo colto e amabile, forgiato alla scuola difficile della responsabilità verso gli altri e, prima ancora, verso sé stesso.
Guido Melis
Napoli e il Mezzogiorno
Napoli nel cuore e la battaglia meridionalista
Umberto Ranieri
Giorgio amava Napoli e si sentiva napoletano: quando fu pubblicato “Monte di Dio” di Erri De Luca scrisse commosso ricordando la sua adolescenza in quel quartiere, e dell’esperienza PCI mantenne la lezione di intelligenza politica della classe operaia con affettuosa amicizia con operai e militanti. Lo incontrai durante il convegno sul marxismo: partecipai timido e quando citai probabilmente a sproposito Croce, nel suo intervento ricordò il mio riferimento – toccai il cielo con un dito! Tornò a Matera nel 1978 durante il rapimento Moro consapevole della dialettica fra ragioni dell’uomo e dello Stato, e nel 1979 parlò agli operai dell’Anic a Pisticci dicendo che il PCI difendeva “solo gli interessi della democrazia italiana” – ma nel finale urlò “cristiana” invece di italiana correggendosi, e scendendo sussurrò “l’aggio fatta grossa”, episodio di cui non si perdonò mai. Amava cinema, teatro, musica classica che acquistava vicino al Pantheon, vecchie librerie, la poesia di Montale in cui si riconosceva, il calcio – vedemmo Napoli-Fiorentina che segnò il primo scudetto travolti dalla festa – e aveva il culto dell’amicizia fraterna con Gerardo ed Emanuele, sfidando il freddo già avanti negli anni per rendere omaggio all’amico Biagio de Giovanni ai Lincei: la sua esistenza parlerà sempre agli italiani che aspirano a una politica che riguadagni umanità, fiducia e dignità.
Napoletano, italiano, europeo
Antonio Bassolino
Giorgio amava Napoli: quando fu pubblicato “Monte di Dio” scrisse commosso a Erri De Luca ricordando la sua adolescenza in quel quartiere, e dell’esperienza PCI mantenne la lezione di intelligenza politica della classe operaia con affettuosa amicizia con operai e militanti. Lo incontrai al convegno sul marxismo: quando citai probabilmente a sproposito Croce, nel suo intervento ricordò il mio riferimento – toccai il cielo con un dito! Tornò a Matera nel 1978 durante il rapimento Moro e nel 1979 parlò agli operai dell’Anic a Pisticci dicendo che il PCI difendeva “solo gli interessi della democrazia italiana” – ma nel finale urlò “cristiana” invece di italiana, e scendendo sussurrò “l’aggio fatta grossa”, episodio di cui non si perdonò mai. Amava cinema, teatro, musica classica, vecchie librerie, Montale, il calcio – vedemmo Napoli-Fiorentina che segnò il primo scudetto travolti dalla festa – e aveva il culto dell’amicizia fraterna: la sua esistenza parlerà sempre agli italiani che aspirano a una politica che riguadagni umanità, fiducia e dignità.
La politica e la sinistra
Come un dialogo tra Mann e Kafka: la politica e la sinistra in Italia e in Europa
Massimo Cacciari
Quando mi iscrissi al PCI alla fine degli anni Sessanta, ero convinto che in Giorgio Napolitano avrei trovato un dirigente colto ma poco disposto ad ascoltare le istanze più critiche: accadde l’esatto contrario. Fu lui a cercare il confronto, aperto e rigoroso, con il “movimento” e con le correnti più innovative della sinistra. Da allora la stima e l’amicizia crebbero, tra sostegni reciproci, tentativi di rinnovamento e la consapevolezza delle sconfitte della sinistra italiana ed europea. I nostri dialoghi, anche al Parlamento europeo, furono sempre intensi, segnati da un’amarezza lucida ma mai enfatica. In fondo, mi diceva, lui stava con Thomas Mann e io con Kafka: diversi, ma legati da rispetto e affetto.
La nostra lunga amicizia e battaglia nel PCI
Gianni Cervetti
Giorgio Napolitano è nel pantheon delle eccellenze del Paese, primo Presidente eletto per due mandati, esempio di rigore come baluardo dell’Italia repubblicana che ne difese l’identità sopra ogni ideologia. Ha lasciato il segno anche nello sport da appassionato primo tifoso: nel 2016 ricevette il Collare d’Oro – unico tra i Capi di Stato – dopo aver volato a Berlino nel 2006 per la vittoria ai Mondiali, consegnato nel 2008 la Coppa Italia “del Presidente”, affidato la bandiera agli alfieri olimpici, visitato il Villaggio Olimpico a Londra 2012 – ultimo Presidente a farlo – e celebrato i 100 anni del CONI. Non fece mai mancare vicinanza ai protagonisti con parole di rara sensibilità, il suo modo di essere fu fonte di insegnamento con laica sacralità e ironia che disvelava purezza del pensiero, sapendo tirare fuori il meglio dalle persone. È entrato nei cuori degli atleti con semplicità e umiltà facendo dei traguardi nuovi punti di partenza per diventare persone migliori prima che campioni: un fuoriclasse a misura d’uomo, il primo tifoso che non tradisce mai.
Il primato della politica, il ruolo nel PCI e il tessuto dell’abito dell’uomo delle istituzioni
Fausto Bertitnotti
In un tempo che tende a fermarsi al presente, la figura di Giorgio Napolitano va compresa lungo l’intero arco della sua storia, non soltanto nei nove anni al Quirinale. Figlio di una generazione segnata dall’antifascismo e dalla Resistenza, trovò nel PCI il luogo della costruzione della Repubblica e del confronto, anche aspro, tra diverse linee strategiche. In quel contesto divenne il punto di riferimento della corrente riformista, attenta ai processi, agli equilibri e agli esiti concreti dell’azione politica. Dopo la fine del PCI scelse la via dell’impegno europeo e istituzionale, fino alla Presidenza della Repubblica. Al Colle portò quella lunga disciplina politica, orientando le sue decisioni all’idea di stabilità, governabilità e tutela dell’unità repubblicana.
Le sfide per la politica
Matteo Renzi
Giorgio Napolitano è stato il primo Presidente della Repubblica eletto due volte, primo a ricoprire tutte e tre le più alte cariche dello Stato, uomo delle istituzioni che ha ancora molto da dire al futuro. Fu uomo dell’Europa quando la sua parte non ci credeva e quando il Paese se ne stancava, con una visione straordinaria su un’Europa di carne viva della politica e non solo di burocrazia. Si è fedelmente attenuto ai poteri costituzionali “a fisarmonica” del Presidente della Repubblica – tema che richiede il coraggio di una precisazione costituzionale – e ha creduto nelle riforme pur amando la nostra Costituzione, vedendone però i limiti. Negli ultimi anni ha subìto la drammatica sofferenza personale e familiare della vicenda sulla fantomatica trattativa Stato-mafia, poi negata dalla Cassazione, testimonianza dolorosa di come il giustizialismo produca sofferenze che troppo spesso vengono sottaciute. Era un gigante che odiava la sciatteria e amava la politica quanto la vita: se vogliamo onorarlo, dobbiamo essere all’altezza del suo messaggio di sfida, dello studio approfondito e dell’entrare nel merito dei problemi al livello più alto.
Contrasti e condivisioni nell’appartenenza a una storia comune
Massimo D’Alema
Un biglietto di auguri di Giorgio Napolitano per i miei settant’anni riaccese il nostro legame, fatto di stima reciproca nonostante discussioni e contrasti dal 1969 in poi. Nel nostro ultimo incontro a via dei Serpenti ripercorremmo decenni di storia del PCI, dai tempi del ’68 alle divergenze tra lui e Berlinguer, fino alla Svolta di Occhetto. Ricordo la sua umanità, come quella serata di Capodanno a Napoli nel ’96, e scoprii solo dopo la sua morte, leggendo una lettera a Nilde Iotti, come nel ’98 avesse rimesso il suo incarico al Quirinale per la mia candidatura a premier, senza mai dirmelo. In questo gesto si manifestava pienamente il suo senso dello Stato, la discrezione e quella passione politica che ci unì in una storia comune dove l’interesse del Paese veniva sempre prima del destino personale. Un uomo fermo nelle sue convinzioni ma capace di ascoltare, che non mise mai se stesso al di sopra delle ragioni del movimento.
Rigore e umanità di un riformista autentico
Piero Fassino
Ricordo Giorgio Napolitano attraverso episodi che ne rivelano l’umanità e la determinazione: nell’89 quando mi spinse a celebrare Imre Nagy a Parigi contro le resistenze di Pajetta, nel ’91 a Brema dove fischiò a uno scoiattolo prima di consegnare a Brandt la nostra domanda di adesione all’Internazionale Socialista, e nei lunghi anni in cui insieme ricostruimmo pazientemente il rapporto tra sinistra ed ebraismo, fino al riconoscimento del sionismo come movimento di liberazione nazionale. Giorgio era uomo rigoroso e colto, con una lucidità di pensiero cartesiana che rendeva impegnativo ma pedagogicamente straordinario lavorare al suo fianco. La sua determinazione fu decisiva per dare alla sinistra italiana un profilo democratico, riformista e occidentale, e la fiducia che mi concesse rappresenta un insegnamento di cui gli sarò sempre profondamente grato.
Dal PCI al Quirinale: una vita spesa per l'Italia
Anna Finocchiaro
Giorgio aveva vent’anni nel ’45, quando nella Napoli devastata dai bombardamenti scelse di iscriversi al PCI «per impulso morale» più che ideologico: il partito che più aveva combattuto il fascismo e si mescolava al popolo. La sua storia politica ebbe come punto irrinunciabile la questione meridionale e fu caratterizzata dalla convinzione che conoscenza e competenza dovessero fondare l’analisi politica, con un pragmatismo teso a mutare l’esistente rifuggendo l’ideologismo. Fu soprattutto parlamentare, convinto che nella qualità della rappresentanza risiedesse la forza delle istituzioni, e la sua visione europea restò attualissima: serve una politica finalmente europea, non più nazionale con i suoi limiti, per costruire un’Unione democratica ed efficace. Nei nostri rapporti di lavoro, le tempeste causate dai nostri scambi di opinione non lasciarono mai ombra nella relazione istituzionale né in quella personale, e anche questo fu per me di lezione.
Culture e pratiche riformatrici
Francesco Rutelli
Giorgio aveva quasi trent’anni più di me e talvolta faticava con la mia esuberanza giovanile, ma ci univa la condivisione strategica sulla necessità di costruire culture e pratiche riformatrici per far progredire l’Italia. Mi rimproverò nel ’93 per il ritiro dei ministri dal governo Ciampi – lui aveva ragione sulla necessità di non alimentare l’antipolitica, io sull’intollerabilità del sistema di corruzione che segnò la Prima Repubblica – e quelle sue buone ragioni riformiste finirono per incontrare più volte la mia esperienza politica. Ricordo il suo pieno sostegno nella campagna per il rimpatrio dei capolavori trafugati che coronammo nella mostra “Nostoi” al Quirinale, la nostra comune determinazione a onorare gli impegni internazionali in Afghanistan, e la sua insofferenza verso le campagne antisistema che hanno demolito intere classi politiche. Il più tenero ricordo è della legislatura europea, quando in aereo comparivano nelle sue mani colazioni da viaggio accuratamente preparate da Clio: l’esercizio metodico di un amore ininterrotto, durato due vite intere.
In Parlamento e al Governo
Storie di incontri parlamentari
Mario Segni
Incontrai Giorgio Napolitano alla Camera quando lui era già dirigente comunista importante e io giovane democristiano contrario al compromesso storico: eppure tra noi nacque cordialità e poi amicizia, anche grazie alle chiacchiere sulla Sardegna in cui gli spiegai che “abbastanza bravo”, detto da mio padre dopo il suo primo discorso in Parlamento, era in sardo un grande complimento. Al Parlamento europeo, dove fu presidente autorevole della Commissione Affari Costituzionali, mi resi conto della sua innata tendenza a porsi alla guida e della sua autorità spontaneamente riconosciuta, come quando espulse un imbucato dall’aereo militare che doveva portarci a Strasburgo. Mi aiutò silenziosamente ma efficacemente sui temi della Sardegna, cedendomi il tempo del suo intervento in Commissione e accompagnandomi da Giscard d’Estaing, dove il suo atteggiamento rispettoso conferiva più forza alle idee che esprimeva. Ricordo con commozione quando a Sassari, dopo una manifestazione universitaria, volle andare riservatamente a rendere omaggio alle tombe dei presidenti Segni e Cossiga, chiedendomi di accompagnarlo. Questi anni sono entrati nella storia, ma ho voluto ricordare qui un uomo a cui rimasi molto affezionato e di cui mantengo un caro ricordo.
La sacralità del Parlamento
Gianfranco Fini
L’alleanza dell’Ulivo
e le sfide del Viminale
Walter Veltroni
Tra i decenni di ricordi che mi legano a Giorgio Napolitano, isolo due momenti: l’esperienza nel governo Prodi e un’intervista per il mio documentario su Berlinguer. Giorgio fu un dirigente della sinistra coraggioso e autorevole, ma al tempo stesso teso a unire culture diverse con un sacrale rispetto delle istituzioni e la prevalenza costante degli interessi generali del paese su quelli di parte; come Ministro dell’Interno interpretò quel ruolo cercando il punto di equilibrio tra valori e doveri, e la legge sull’immigrazione firmata con Livia Turco fu un modello di accoglienza, integrazione e sicurezza. Uomo di sinistra, riformista, europeista, servitore delle istituzioni, univa a queste solide ispirazioni una profonda curiosità intellettuale, disponibilità al dialogo e una profondità culturale oggi quasi inimmaginabile nella politica dei tweet. Ho sempre negli occhi la commozione improvvisa che lo prese mentre parlava di Berlinguer per il documentario: il dolore personale e il senso del fatale declino del partito e del movimento con cui entrambi avevano identificato la loro vita.
La prova del governo e la legge sull’immigrazione
Livia Turco
Quando salii le scale del Quirinale per giurare come Ministra nel 1996, abbracciai Giorgio Napolitano dicendogli “tu sei l’emblema del momento che stiamo vivendo” e iniziò una collaborazione feconda nell’elaborazione della Legge Quadro sull’Immigrazione, dove lui volle condividere subito l’impostazione: rendere praticabili le vie dell’ingresso regolare, contrastare la clandestinità, promuovere l’inclusione, rispondendo agli imprenditori della paura con la pacatezza dell’argomentazione. Quando scoprimmo la drammatica realtà della riduzione in schiavitù delle donne nigeriane e albanesi, Giorgio sostenne con convinzione l’articolo 18 sul permesso di protezione sociale che salvò molte vite e fece scuola in Europa, e tornò spesso negli anni sul valore di quella norma chiedendomi della sua applicazione. La lezione più forte fu la sua considerazione profonda della centralità del Parlamento: promosse incontri con le opposizioni, seguì passo dopo passo l’iter parlamentare sollecitando il dialogo tra le forze politiche, rispondendo ad ogni quesito nel clima tutt’altro che pacato della discussione. Grazie caro Giorgio Napolitano: la tua rigorosa e competente umanità è stata una luce, sprone e conforto, l’esempio della bella politica per la quale non bisogna mai smettere di combattere.
9 anni al Quirinale
Da una sera al Teatro Eliseo alla collaborazione costruttiva tra Palazzo Chigi e Quirinale
Gianni Letta
Una sera di marzo 2006 all’Eliseo, durante una serata in ricordo di Patroni Griffi, preconizzai per Giorgio Napolitano “un ulteriore e imminente successo, il più alto di tutti”, alla vigilia dell’elezione presidenziale; qualche sera dopo a cena mi rispose scherzando “penso piuttosto che magari possa toccare a te”, ma il 12 maggio fu eletto Presidente della Repubblica e gli mandai champagne ricordando quel gruppo straordinario di ragazzi napoletani che dalla liberazione arrivò a Roma. L’anno dopo agli “Olimpici del Teatro” ricordai che fu proprio lui il regista del primo spettacolo di Patroni Griffi “La casa sull’Acqua”, e in quella commedia del ’42 scorsi una metafora della politica: i conflitti tra i fratelli come simbolo della convivenza nella “Casa Italia”, con l’augurio che il “regista di oggi” potesse riportare serenità nel Paese. Il teatro e la musica cementarono il nostro rapporto che divenne intenso e quotidiano negli anni di Governo: lui sempre attento, vigile, informato su tutto, mai impreparato; non fu facile la convivenza tra Napolitano e Berlusconi, non mancarono tensioni e polemiche, ma da entrambe le parti non venne mai meno la volontà di mantenere il rapporto nei binari della correttezza istituzionale. Mi piace immaginare che, incontrandosi Lassù, possano dirsi quello che forse non si dissero quaggiù e, placata ogni polemica, possano ritrovarsi nella Luce.
Sempre vicino alle Forze armate e custode della storia dell’Italia unita
Ignazio La Russa
Sono passati più di settant’anni dal giorno in cui Giorgio Napolitano entrò in Parlamento, nel 1953, a quello in cui lo lasciò da senatore a vita nel 2023: rappresenta il testimone di una politica che si fa cultura e di una cultura politica che si fa istituzione, radicata su idee e valori dove stare da una parte non significa essere necessariamente di parte. La sua ragione politica è anche ragione storica, che iscrive ogni biografia all’interno di una storia più grande a cui si sente di appartenere, e la celebrazione dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia ha rappresentato un momento straordinario di saldatura tra cultura politica, storiografia sul Risorgimento e idea di popolo e Nazione. Ricordo l’attenzione certosina con cui assolveva al ruolo di Capo delle Forze armate, puntiglioso nel tutelare il loro onore e la loro necessità di essere considerate momento fondamentale della comunità nazionale. Quando nella maggioranza di Governo qualche voce voleva limitare le celebrazioni dell’Unità, io e Giorgia Meloni ci battemmo con forza in Consiglio dei ministri e la parola del Presidente fu decisiva affinché avvenissero adeguatamente: era un modo per ricordare che il Presidente della Repubblica rappresenta la storia d’Italia nella sua attualità e per tutti gli anni della nostra unità.
L’autorevolezza di un Presidente sempre in ascolto
Stefania Prestigiacomo
Conobbi Giorgio Napolitano nel 1994, avevo 27 anni ed ero giovane deputata di Forza Italia: con lui non riuscii mai a darmi del tu nemmeno anni dopo da Ministro, forse per l’età o per rispetto della sua storia politica, e avevo stima vera e umana per quell’uomo della stirpe dei gattopardi che sapeva mettere ciascuno a suo agio senza perdere l’autorevolezza del ruolo. Ricordo la sua grande sensibilità per i temi ambientali – segnale di grandissima modernità per un uomo della sua generazione – emersa durante una passeggiata ad Auronzo nel 2009 per l’inserimento delle Dolomiti nel Patrimonio Unesco e confermata quando accettò di partecipare alla presentazione della Strategia Nazionale per la Biodiversità. Nel 2011, durante la formazione del governo Monti, quando il Ministero dell’Ambiente rischiava di diventare un dipartimento dell’Industria, telefonai al Presidente sostenendo che “derubricare” l’ambiente sarebbe stato un errore culturale: parlai con passione e trovai un Napolitano interessato, e il Ministero fu salvo con Corrado Clini alla guida. Non so quanto la mia perorazione abbia influito sulle scelte, ma mi piace pensare di aver contribuito a evitare un errore politico ricordando quanto ascolto trovai in quell’occasione: indimenticabile Presidente, formidabile avversario politico, grande uomo di Stato.
Capo dello Stato e governabilità in una Repubblica parlamentare
Mario Monti
Giorgio Napolitano sarà ricordato come statista italiano ed europeo di grande autorevolezza, la cui visione politica si fondava sulla storia, sul senso dello Stato e sulla comunanza di destino tra Italia ed Europa: uomo esigente, il suo modo di fare politica era l’opposto della demagogia, non inseguiva la popolarità e la sua innata severità mostró che una Repubblica parlamentare non è incompatibile con la tempestività dell’azione di governo anche in frangenti drammatici. È venuto il momento di ristabilire con pacatezza la verità storica sulla transizione dal Governo Berlusconi al mio governo nel 2011: non vi fu alcun “golpe” ma entrambe le personalità – così diverse ma di grande rilievo – ebbero il merito di far superare all’Italia un periodo di grande difficoltà agendo con responsabile senso di cooperazione istituzionale. Berlusconi fu protagonista attivo di quella transizione: controfirmò prontamente il decreto per la mia nomina a senatore a vita, mi invitò a pranzo a Palazzo Chigi dicendomi “Lei deve diventare Presidente del Consiglio perché io non sono più in grado di governare”, e il passaggio delle consegne avvenne con grande cordialità, superiore a quella tra Letta e Renzi nel 2014. La campagna di fake history sul “complotto” amareggiò molto Napolitano che era riuscito a far transitare il Paese da un incombente default ad una nuova fase costruttiva, e rese ingrato il compito mio e dei ministri, ma mai ci mancò l’appoggio istituzionale e morale del Presidente: una pacata riconsiderazione storica di quella fase tormentata sarebbe oggi nell’interesse generale.
Dal Cortile dei Gentili alla rielezione al Quirinale
Ferruccio De Bortoli
Il 5 ottobre 2012 il presidente fu ospite del Cortile dei Gentili ad Assisi, e mi chiamò al Quirinale per un incontro preparatorio: aveva un filo di imbarazzo, non voleva apparire in cerca di un senile “aggancio a Dio”, preferiva non parlare di sé e del suo rapporto con la fede, una questione del tutto personale e intima. In quel confronto, che andrebbe riletto oggi per la sua grande attualità, Napolitano citò Bobbio, Thomas Mann e Benedetto Croce che disse a De Gasperi “Che dio ti aiuti perché anch’io credo, a modo mio”: ognuno crede a modo suo, e sia Ravasi sia il presidente invocarono lo spirito di Assisi davanti al disorientamento di una società disillusa, frutto di crisi antropologica e perdita del senso della cittadinanza. Erano i tempi del governo Monti che salvò il Paese dal default grazie al coraggio di Napolitano che prese una decisione tormentata, e ricordo le sue preoccupazioni per la tenuta dell’esecutivo e il dispiacere per la decisione di Monti di costituire Scelta Civica. Nel 2013 scrissi un fondo chiedendo a Napolitano di “restare ancora un po’” e accettare una seconda candidatura: la reazione fu netta e infastidita, mi fece una paterna ramanzina per quell’occhiello “come se il Quirinale fosse un albergo”, ma i fatti mi diedero ragione quando fallì la candidatura di Prodi sotto i 101 franchi tiratori e il presidente accettò di ripresentarsi.
Il Parlamento e il popolo
Laura Boldrini
I miei incontri con Giorgio Napolitano iniziarono nel 1998 quando fui nominata portavoce dell’UNHCR e apprezzai subito il rigore, la competenza e la determinazione con cui affrontava i temi della protezione internazionale, scevro da pregiudizi: un politico serio che sentiva “Il mondo sulle spalle” e la cui firma, insieme a Livia Turco, produsse la normativa più completa sul governo dei flussi migratori dopo la legge Martelli. Il 20 aprile 2013, dopo cinque votazioni a vuoto e assediati dai manifestanti Cinque Stelle che contestavano la paralisi, fu eletto per la seconda volta al Quirinale e nel suo discorso di re-insediamento fustigò “la sordità di forze politiche” con parole così dure che i parlamentari applaudivano paradossalmente “come se i destinatari fossero altri, come se nessuno si identificasse con le disfunzioni denunciate”. Napolitano mi offrì costante sostegno durante i miei primi anni alla Camera, con suggerimenti eleganti e sempre rispettosi, incalzandomi con domande puntuali che interpretavo come segno di attenzione, e quando subii la brutale campagna denigratoria del M5S espresse pubblicamente “viva e piena solidarietà” contro le “turpi ingiurie e minacce”, dandomi forza decisiva per portare avanti il mio compito. Ricordo con divertimento il “siparietto” del 2016 quando, durante la consegna del Premio De Sanctis, reagì alla mia battaglia per il linguaggio di genere dicendo che avrebbe continuato a chiamarmi “signora presidente come con Nilde Iotti”, sperando che alla sua età qualche licenza rispetto alle mode gli fosse concessa: e a me stava più che bene.
Lode a chi sceglie
Lucia Annunziata
Al funerale di Giorgio Napolitano nell’emiciclo di Montecitorio, dove il tempo sembrava un’opzione, l’intera recente storia d’Italia era riunita in uno stesso cesto – ex Premier, sindaci, intellettuali, tutti segni di resilienza di una politica dove nessuno va mai a casa – mentre il governo Meloni applaudiva silente, senza voler accendere tensione su quel Presidente che aveva tolto al popolo il voto secondo i populisti, ma che nessuno aveva voglia di rimproverare pubblicamente quel giorno. Qui giaceva non solo un uomo ma un’epoca, quel meridionalismo non beghino del dopoguerra che mise sulla cartina un territorio e un’idea senza piagnistei: un futuro occidentale, partigiano e austero, nato nel cratere di Napoli dove i comunisti come Amendola, Chiaromonte e il giovane Napolitano non perdonavano errori e debolezze, gente che sapeva che l’esercizio della politica è innanzitutto assunzione di responsabilità. Napolitano aggiungeva a tutto questo una cultura internazionale e uno sguardo occidentale: quei fiori bianchi inviati per l’anniversario dell’invasione dell’Ungheria del ’56, che lui aveva appoggiato, erano un gesto di scusa e cambiamento di visione. Quest’uomo, Presidente che mise mano allo sfascio italiano segnato dal fallimento dell’alternanza e dallo spappolarsi della sinistra all’ombra del populismo globale, fece quello che tutta la sua storia lo aveva preparato a fare: non aveva nulla da guadagnare ma scelse, e non se ne preoccupò mai. Lode a chi sceglie: ciao Napo.
La visione europea e internazionale
Questione cinese e “questione PCI” vista dalla Casa Bianca
Siegmund Ginzberg
Ci ha legati un’amicizia sincera per molti decenni – non intima ma severa – e sono sempre stato ammirato e intimorito dal suo rigore: era un democratico ma con la severità tagliente, la dirittura e l’impegno totale dei vecchi bolscevichi, uno statista moderno e al tempo stesso un uomo della Terza internazionale che non sopportava sciatteria e leggerezza. Durante i suoi viaggi a Pechino, New York e Parigi faceva parte di quella categoria di visitatori curiosi che volevano capire, chiedevano e ascoltavano, diversi da chi si accontentava del “turismo politico”: colse la direzione dell’apertura cinese forse un po’ meno che il processo si inseriva nel corpo di un’autocrazia imperiale millenaria. Ci accomunava l’ammirazione per l’America e fu lui il primo dirigente del PCI a recarvi costruendo con pazienza rapporti inesistenti, studiando l’inglese in età avanzata e continuando con impareggiabile finezza a parlare anche a chi non era ben disposto verso il PCI. Memorabile il viaggio del 1989 con Occhetto al Council on Foreign Relations: Napolitano era disperato per l’ingenuità del segretario che spiegava la Perestrojka invece di dire cosa volesse fare in Italia, e per consolarlo lo invitai a cena a Chinatown dove, passata la diffidenza iniziale per i sacchi della spazzatura all’ingresso, si rilassò con le portate squisite. Ho conservato un bigliettino di suo pugno che mi rimproverava di aver cercato il consenso di tutti durante una riunione in Lombardia – era ingiusto ma aveva ragione sulla sostanza – e quando gli dissi che avrei lasciato la politica per il giornalismo mi rimproverò ricordandomi lo “spirito di servizio”.
Aspen Institute, relazioni transatlantiche, Europa
Giulio Tremonti
A metà degli anni Settanta Giorgio Napolitano fu invitato a tenere conferenze in università americane – il visto fu prima rifiutato da Kissinger e poi concesso da Carter grazie all’ambasciatore Gardner – diventando il primo dirigente PCI ad entrare negli USA nella fase dell'”unità nazionale” e dell’affermazione del PCI, quando Berlinguer definì la NATO un ombrello protettivo. Gardner capì subito che Napolitano era l’uomo giusto per avviare il dialogo con il PCI e lo portare su posizioni vicine alla socialdemocrazia europea, e da allora nacque il rapporto speciale con Aspen Institute dove Napolitano sostenne posizioni federaliste e di convergenza bipartisan tra centro-destra e centro-sinistra sul rapporto dell’Italia con l’Europa. Nel 2008 al Quirinale partecipò alla conferenza Aspen con Kissinger – che lo definì scherzosamente “il mio comunista preferito” – parlando del ruolo storico americano e dell’esigenza europea di accrescere capacità di azione autonoma per rafforzare il pilastro europeo della NATO, e scrisse su Aspenia che alle paure dei cittadini si dovesse rispondere “con più Europa, non meno” ma con pragmatismo. Ma venne poi un tempo particolare: nel 2011 lo spread italiano fu alzato strumentalmente dopo che proposi di usare il Fondo Salva Stati per le banche calcolando la contribuzione sul rischio invece che sul PIL – questo avrebbe mostrato il disastro di Germania e Francia esposte per 200 miliardi sulla Grecia contro i nostri 20 – e il 5 agosto Trichet e Draghi spedirono la lettera-diktat che impose riforme in 48 ore violando le regole europee in quello che Habermas definì “un dolce colpo di Stato”. L’ultimo commovente ricordo che ho del Presidente Napolitano è del maggio 2015 quando tornò in Aspen per il workshop “The spirit of Europe”.
Gli incontri internazionali, la protezione della Nato e l'omaggio a mio padre
Stefania Craxi
Nel 2008, appena nominata Sottosegretario agli Esteri, arrivai al Quirinale intimidita e diffidente verso Giorgio Napolitano che non avevo votato nel 2006: gli rimproveravo di aver abdicato al primato della politica sottomettendosi a Mani Pulite, e ci divideva la valutazione su quella fase che lui aveva definito “stagione di speranza” mentre per me era stata il trionfo delle ingiustizie che avevano distrutto i partiti e migliaia di vite. Lui mi accolse con grande cordialità che mi sorprese, e il nostro diventò un rapporto franco e di affetto attraverso molti viaggi insieme: durante una colazione con il presidente ucraino, quando disse “siamo sempre stati alleati leali della Nato”, mi uscì di getto “Non tutti lo siamo stati, presidente” riferendomi al PCI, e lui poi mi disse “Non hai tutti i torti, ma io qui rappresento lo Stato italiano” mentre io tenni il punto sul dovere per la memoria. Il gesto che non ho mai dimenticato fu quando, nel gennaio 2010 per il decimo anniversario della morte di Craxi, dopo che gli dissi “si è consumata una grande ingiustizia che ancora pesa sulla storia repubblicana”, scrisse a mia madre una lettera pubblica riconoscendo che “il peso della responsabilità era caduto con durezza senza eguali” su Craxi e citando la sentenza di Strasburgo sulla violazione del “diritto ad un processo equo”. Negli anni quando non era più capo dello Stato andai spesso a trovarlo a Palazzo Giustiniani, e il giorno della sua morte provai dolore sincero per la scomparsa di un avversario, un politico di razza al quale mi ero molto affezionata e la cui memoria rimane viva nel mio cuore.
L’angoscia per la crisi ucraina
Paolo Gentiloni
Da Ministro degli Esteri ho conosciuto da vicino la competenza di Giorgio Napolitano sui dossier internazionali e i suoi profondi legami di amicizia con attori della scena politica mondiale, tra cui Heinz Fischer, Presidente austriaco dal 2004 al 2016, con cui condivideva un’angosciata preoccupazione sulla crisi in Ucraina. Napolitano sosteneva l’ansia di libertà di piazza Maidan ma non si rassegnava all’escalation tra Occidente e Russia, ritenendo sbagliato indicare nell’adesione alla Nato la soluzione: con Fischer elaborò l’idea di suggerire per il Donbass un modello di autonomia rafforzata basato sull’esperienza sudtirolese degli accordi De Gasperi-Gruber, che aveva trasformato l’Alto Adige in una delle zone più prospere del Paese. D’accordo con il Presidente preparai con il Ministro austriaco Kurz un articolo a doppia firma da pubblicare sui principali quotidiani internazionali, ma poi Vienna subentrò una riluttante prudenza – il mio impressione è che lo scetticismo di Kurz avesse a che fare più con il Sud Tirolo che con l’Ucraina – e non se ne fece nulla, con rammarico di Napolitano. Rimase la grande amicizia con Fischer, di cui fui testimone nel giugno 2015 a Berlino quando il German Marshall Fund premiò tre giganti – Kissinger, Napolitano e Genscher – e a cena i due Presidenti parlavano indomabili delle prospettive del socialismo democratico in Europa e richiamavano la precarietà del Donbass dove gli Accordi di Minsk non erano riusciti a fermare le intenzioni aggressive di Mosca, come la storia avrebbe confermato con l’invasione del febbraio 2022.
Unità nazionale, autonomie, memoria collettiva
La campagna per il centocinquantesimo dell’unità d’Italia
Giuliano Amato
Potrei raccontare diverse esperienze comuni con Giorgio Napolitano – quando lui Presidente della Camera e io Presidente del Consiglio affrontammo l’esibizione del cappio in piena seduta, i pranzi da Emanuele Macaluso a parlare di riformismo, le mezze giornate estive a Castelporziano – ma campeggia nella memoria il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, dove in eventi, conferenze e mostre colpiva la sua dimestichezza con qualsiasi circostanza storica e la conoscenza di fatti e antefatti. Dai suoi interventi emersero due letture che sedarono dispute secolari fra gli storici: basta con l’Italietta mazziniana, Cavour fece l’unica Italia possibile assegnando compiti alle generazioni future; e il Mezzogiorno non fu impoverito dall’unità, ma dalle generazioni successive che non seppero ricomporre il divario entro un’unica visione nazionale. Il suo apporto alla conoscenza dell’unità fu tale da giustificare ben più di una laurea in storia, ed è nota la sua abitudine di inviare puntuali bigliettini scritti a mano agli autori rilevando errori e lacune – ricordo l’ansia che provocavano. Durante un evento al Quirinale sul mondo del lavoro post-unitario mi mandò un bigliettino dicendo “Quello che hai scritto non basta, dovrai tenerne conto”, e in pochissimi minuti modificai mentalmente il discorso: subito dopo arrivò un nuovo biglietto con un complimento rarissimo, “Ma come hai fatto? Sembrava che il testo fosse nato così” – un’autentica novità che in tanti mi avrebbero invidiato sapendolo.
Il dovere della memoria
Liliana Segre
Il Presidente Giorgio Napolitano sempre volle essere e fu unanimemente riconosciuto Presidente di tutti, avvertendo la necessità di tenere unito il Paese in tutte le sue componenti durante gli anni difficili del doppio mandato 2006-2015, con un’attenzione acuta e partecipe per il dramma della Shoah e un’azione internazionale per promuovere pace, giustizia e cooperazione. Fu presente in prima persona sin dalla posa della prima pietra del Memoriale del Binario 21 nel gennaio 2007 e all’inaugurazione ufficiale del gennaio 2013, rinnovandoci continuamente supporto e vicinanza, e convenimmo insieme che la parola “razza” in Costituzione – hapax introdotto per responsabilità del fascismo con le leggi razziste del 1938 – aveva valore di antifrasi, nominava cioè una cosa per negarla nel modo più netto come monito di quello che era stato e non doveva mai più essere. Il ricordo a cui tengo particolarmente è il 13 ottobre 2022 quando presiedetti la prima seduta del Senato della XIX legislatura al suo posto: per motivi di salute aveva dovuto rinunciare ma mi inviò un messaggio da rendere pubblico, invito ad agire “al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare”. Probabilmente fu l’ultimo messaggio pubblico di Giorgio Napolitano, estrema lezione di senso dello Stato e del dovere, ennesima manifestazione della politica nella sua accezione più nobile.
Coltivare la memoria, curare le ferite
Mario Calabresi
«La politica, costretta nei 140 caratteri di Twitter, non riesce più ad alzare la testa: è impressionante come lo slogan abbia ucciso tutto» mi disse in una telefonata del luglio 2016, sfogandosi sulle derive incomprensibili del dibattito pubblico. La prima volta che mi invitò al Quirinale nell’autunno 2006 – aveva 81 anni e pensava di aver già scritto il capitolo finale della sua vita dedicandosi a studio, libri, musica e vacanze al mare con Clio – mi parlò del progetto di istituire il Giorno della memoria delle vittime del terrorismo, convinto che coltivando la memoria si potessero curare le ferite degli Anni di Piombo, e la sua scrivania era piena di libri aperti con matite in mezzo. Nel dicembre 2007 a New York, dopo il dibattito al Council On Foreign Relations, mi chiese di camminare con lui su Madison Avenue nella neve, felice delle luci di Natale, e disse una frase che mi colpì: «Essere aperti al cambiamento e rivedere a fondo le proprie posizioni è una condizione importantissima» – sentire suo figlio Giulio al funerale dire che aveva «sostenuto anche cause sbagliate» fu una boccata d’aria in un tempo di dogmi immobili. Alla fine del primo mandato, a 87 anni, il suo studio era vuoto con gli scatoloni già partiti verso Palazzo Giustiniani e mi disse che non avrebbe accettato nessun prolungamento perché «sarebbe sbagliato fare marcia indietro, non mi piacciono le soluzioni pasticciate all’italiana» – ma il caos parlamentare lo costrinse a restare fino a quasi novant’anni, e la sua stella polare fino all’ultimo fu l’Europa come migliore garanzia di pace. L’ultima cosa nella cartellina è una lettera dopo aver letto un’intervista della leader di AfD: «Quando dice che non bisogna farsi intenerire dagli occhi dei bambini migranti, penso che i loro nonni non si fecero intenerire neppure quando li portavano nelle camere a gas di Auschwitz».
La vicinanza all’ebraismo italiano
Noemi Di Segni
Giorgio Napolitano è sempre stato una personalità vicina al popolo ebraico, alla comunità italiana e allo Stato di Israele, con un’amicizia solida coltivata ben prima di diventare Presidente della Repubblica e senza mai una pausa fino all’ultimo giorno: nel gennaio 2007 lanciò un appello inequivocabile per combattere ogni forma di antisemitismo compreso l’antisionismo, chiarendo che la Shoah era memoria rigorosa ma anche responsabilità verso il futuro, e volle iscrivere il nome di Stefano Gaj Taché nelle liste delle vittime di terrorismo qualificando l’attentato alla sinagoga del 1982 con la vera matrice. Nel 2009 affermò che “deve restare netta la distinzione tra ogni critica all’operato di Israele e la negazione, esplicita o mascherata come antisionismo, delle ragioni storiche dello Stato di Israele, del suo diritto all’esistenza e alla sicurezza” e che “le aberrazioni della Shoah non debbono mai ripetersi in nuove forme di persecuzione fino al genocidio”. Nel maggio 2011 ricevette il premio Dan David a Tel Aviv destinando l’importo alla West-Eastern Divan Orchestra di Barenboim per favorire il dialogo fra musicisti israeliani e palestinesi, e nel giugno 2014 fu insignito da Shimon Peres della medaglia d’onore d’Israele – la prima volta consegnata fuori dal territorio israeliano – dichiarando “La mia costante relazione con Israele e il popolo ebraico, la mia determinazione a combattere l’antisemitismo sono parte integrante del mio impegno antifascista”. Uno degli ultimi gesti pubblici fu devolvere al MEIS di Ferrara il risarcimento ricevuto da una condanna per diffamazione, scelto come “luogo di memoria della presenza ebraica in Italia, di testimonianza della Shoah e di promozione del dialogo tra culture diverse”: ripercorrendo il suo lungo cammino ci rendiamo conto quanta lucidità vi fosse nel suo pensiero, capacità di vedere profonde radici e alte vette nascoste da nuvole, invocando la condanna del terrorismo e la salvaguardia di ogni possibile vita e convivenza.
La giustizia, l’economia e il lavoro
Separazione dei poteri, magistratura, riforme istituzionali
Luciano Violante
I rapporti con il Presidente Napolitano diventarono particolarmente frequenti quando fu eletto al Quirinale: mi convocava o chiamava per colloqui che erano scambi di opinioni e approfondimenti sempre su questioni istituzionali, conversazioni che rivelano tre episodi chiave della sua personalità. Il 2 febbraio 1993, in un’epoca dominata dalla Procura di Milano e con la politica prona alla magistratura, dispose con fermezza che il segretario generale della Camera opponesse l’immunità di sede alla Guardia di finanza che voleva gli originali dei bilanci dei partiti: ne parlammo nel contesto dello squilibrio tra magistratura e politica che lo preoccupava per le conseguenze sulla democrazia. Il 6 febbraio 2009 non autorizzò la presentazione del decreto-legge sul caso Englaro che poneva nel nulla la decisione della Cassazione: pur condividendo i motivi morali di Berlusconi, non poteva autorizzare un così grave stravolgimento dei rapporti tra i poteri dello Stato, e ne parlammo concentrandoci sui rapporti tra autorità giudiziaria ed Esecutivo. Molte conversazioni riguardavano lo stato della magistratura, in particolare ricordo la lettera del giugno 2009 al CSM sul ruolo del pm dove sottolineava che “il rischio maggiore può derivare dall’atomizzazione delle Procure e non dall’ordinato svolgersi dell’azione impersonale dell’intero Ufficio requirente”. Nella fase finale del primo mandato e durante tutto il secondo le sue preoccupazioni maggiori riguardarono il funzionamento del sistema politico: dopo il fallimento del tentativo Bersani nel marzo 2013 nominò il gruppo dei dieci saggi per elaborare riforme istituzionali ed economiche, e quando Letta istituì la commissione per le riforme costituzionali informai il Presidente sulle soluzioni prospettate ricevendo suggerimenti spesso decisivi in conversazioni non brevi velate dall’angoscia per l’inadeguatezza della classe politica a cogliere la drammaticità delle condizioni del nostro sistema – la stessa angoscia che lo spinse a dimettersi il 13 gennaio 2015.
La giustizia e l’attenzione per la questione carceraria
Paola Severino
Tra i tanti momenti del nostro rapporto – dalle immagini festose del mio giuramento da Ministro con i miei nipoti piccoli che lo ricordano come “il mio amico Presidente”, a quelle dolorosissime della morte di Loris D’Ambrosio vittima di “una campagna violenta di insinuazioni ingiuriose”, alle ore rilassanti a parlare di musica classica – emergono i ricordi relativi all’emergenza carceraria e al modo deciso con cui stimolava il Paese a prenderne coscienza, il Governo ad affrontarla e il Parlamento a legiferare. Dopo la condanna di Strasburgo e gli scioperi della fame di Pannella, il Presidente fece sua quella battaglia con forza etica e passione politica, instaurando una prassi di incontri serrati per condividere le misure deflattive che portarono in pochi mesi a una diminuzione dei detenuti da 66.897 a 62.536 senza aumento dei reati: quando riferii i risultati a Strasburgo, il Presidente accolse il racconto con orgoglio dicendo “Noi italiani riusciamo a inquadrare i problemi in una cornice normativa tecnicamente corretta, secondo la tradizione del diritto romano”. Questo richiamo alle tradizioni mi tornò in mente durante l’incontro con il Ministro russo che aveva insegnato Diritto romano e che conversò con me prevalentemente in latino ottenendo risultati concreti, e durante il travagliato periodo dei Marò dove le interlocuzioni con il Presidente ci consentirono di rispettare gli impegni internazionali risolvendo il caso tramite gli organi di Giustizia internazionale. Questi esempi mostrano come nella figura del Presidente il senso della Giustizia fosse saldamente legato al rispetto dei diritti umani, il valore dell’osservanza delle regole fosse connesso alla tutela dei valori della nostra cultura, e il temporaneo sacrificio di giustizia sostanziale venisse ricompensato dal suo rispristino in una cornice di legalità formale. Al grande senso di vuoto della sua scomparsa si affianca la gratitudine per aver consolidato il valore delle regole, il rispetto della legge e dei principi come elementi fondanti della nostra Democrazia.
Il senso delle istituzioni
Marta Cartabia
La lunga presidenza di Giorgio Napolitano è stata apprezzata per il suo altissimo senso istituzionale: la sua identità politica dai tratti netti non ha mai fatto velo alla capacità di essere il “presidente di tutti”, impersonando lo spirito costituzionale che attribuisce al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale, con le grandi celebrazioni del 2011 per i 150 anni dell’Unità d’Italia come vertice simbolicamente più visibile. Il 31 agosto 2011 mi comunicò la sua determinazione a nominarmi giudice della Corte costituzionale per tre ragioni: voleva scegliere una donna (sarei stata la terza giudice dopo Contri e Saulle), apprezzava i miei studi sull’Europa e lo sviluppo del diritto costituzionale comune europeo, e soprattutto privilegiava competenza e indipendenza sopra ogni altra considerazione pur sapendo che non provenivo dalla sua cultura politica. Mai in nove anni di mandato alla Corte sono stata contattata dal Presidente per conoscere gli orientamenti del collegio o per farmi conoscere i suoi – solo una telefonata di apprezzamento dopo la sentenza n. 10 del 2015 – e nessun contatto nemmeno quando fu coinvolto nel conflitto di attribuzioni sulle intercettazioni della Procura di Palermo deciso con sentenza n. 1 del 2013. Nel decreto che sollevava quel conflitto citò Einaudi: “È dovere del Presidente evitare che si pongano precedenti grazie ai quali sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce” – parole che esprimono magistralmente una sensibilità istituzionale che gli apparteneva pienamente. La sua determinata capacità di cercare sintesi istituzionali alte, attingendo appieno a tutte le sue prerogative senza mai tracimare oltre il limite dei suoi poteri, è stato ed è un modello di grande ispirazione per tutte le istituzioni.
Un sorprendente invito al Quirinale
Nicolò Zanon
Le occasioni di contatto con Giorgio Napolitano furono non poche e largamente precedenti alla mia nomina in Corte costituzionale nel novembre 2014, e in tutte ho potuto rendermi conto non solo di trovarmi al cospetto di una personalità di altissimo profilo politico-istituzionale, ma anche di un uomo dalla sensibilità spiccata e soprattutto di grande curiosità culturale. Il primo incontro risale al 2009 quando ricevetti una sua e-mail che apprezzava un mio articolo sul reato di vilipendio del Capo dello Stato – la mia tesi liberale era che la previsione penale non proteggesse realmente la figura istituzionale ma le creasse danno, e apprendere che lo stesso titolare della carica condividesse questi assunti era una notizia tutt’altro che secondaria, soprattutto ora che qualcuno si riferisce alla presidenza Napolitano come a “Re Giorgio”. Al Quirinale fui stupito dal grado di precisione e profondità delle sue conoscenze non solo sui temi costituzionali ma anche sul mio percorso politico-culturale: era curiosità culturale rispettosa e attenzione “politica” in senso alto, rivolta a cogliere con sapienza fenomeni culturali che potevano avere significato istituzionale, e il centro della conversazione fu il tema delle riforme istituzionali per far uscire la forma di governo dalle diffidenze reciproche che avevano caratterizzato la costruzione costituzionale post-fascista. Dopo altri incontri – tra cui quello al CSM nel febbraio 2012 quando portai ad approvazione una pratica su un magistrato palermitano lavorando con Loris D’Ambrosio, e alla fine della seduta fu lui ad avvicinarsi a me per un saluto non formale – lo ricordo nell’imminenza del Natale 2018 quando mi invitò a pranzo, mi omaggiò di un suo volume su Thomas Mann e mi scrisse una lettera che conservo con cura con parole affettuose di grande conforto per una vicenda dolorosa. Questo è stato per me il Presidente Napolitano: non solo statista di altissimo profilo e uomo di cultura profonda, ma anche persona animata da grande sensibilità umana, e quella lettera resta la cosa più cara che mi porto appresso delle mie esperienze istituzionali romane.
Il funzionamento concreto delle imprese e il rilancio dell’economia italiana
Corrado Passera
Giorgio Napolitano è una delle persone che ho più ammirato: il primo ricordo risale al 1993-94 quando visitò il centro Olivetti a Pozzuoli, colpendomi per la curiosità verso le imprese, la capacità di pensare a medio-lungo periodo e l’amore per il Sud. Nella drammatica estate del 2011 come AD di Intesa Sanpaolo gli dissi “Presidente, se andiamo avanti così non arriviamo a Natale”: mi chiese un piano di riforme che studiò in tre versioni, poi me lo fece portare a Monti, e settimane dopo la sua voce mi convinse ad accettare l’incarico nel governo tecnico: “Mi ha convinto su ciò che dovremmo fare, ora venga a farlo”. Durante il Governo Monti conservo il suo rimbrotto bonario per il mio scarso entusiasmo verso gli eventi ufficiali e quando mi restituì la lista dei Cavalieri del Lavoro perché non c’erano abbastanza donne, e quando stava per terminare il mandato si oppose al reincarico perché stanco, dimostrando la capacità di dire “no” per i propri limiti e la generosità di dire “sì” per senso di responsabilità. Aveva una leadership completa con visione sistemica e cultura profonda, ma quello che mi colpì di più fu il tratto umano: sapeva ascoltare, condividere, sostenere con quella presenza che genera fiducia, ciò di cui si sente maggiormente la mancanza oggi.
Il comunista preferito da Kissinger e l’imprenditrice dell’acciaio
Emma Marcegaglia
Nel novembre 2011, in piena crisi del debito sovrano con lo spread a 575 punti, il Presidente Napolitano mi chiamò dicendo con voce preoccupata ma calma “corriamo il rischio che domattina i mercati non aprano, potremmo non pagare stipendi né pensioni” – capii che avrebbe fatto tutto il possibile per salvare il Paese, sentii la responsabilità del buon padre di famiglia che aveva sulle spalle il destino dei propri cari. Qualche mese prima accettò di presenziare per la prima volta come Presidente l’Assemblea pubblica di Confindustria, chiusura di un legame che da subito si caratterizzò per una connotazione umana particolare dopo che nel 2008 mi ricevette al Quirinale con piacere vero di incontrare una giovane donna in un importante ruolo pubblico. Mi chiesi come fosse possibile un legame così autentico tra un politico comunista – pur moderato e comunista preferito di Kissinger – e una donna cresciuta in una provincia del Nord ad acciaio e libero mercato dove il comunismo era l’uomo nero: eppure fu grande stima grazie alla sua mente aperta, capacità di capire i tempi e rispetto per la manifattura che contribuì al miracolo italiano. Ricordo le conversazioni dove sottolineava l’esigenza di riforme strutturali anche impopolari – condizione per cui accettò il secondo mandato dimettendosi quando capì che non avrebbero visto la luce. Mi rimasero impresse le parole dell’ultimo messaggio “il Paese resti unito e sereno”: alla soglia dei 90 anni se ne tornava tranquillo a casa come un cittadino qualunque – un vero servitore dello Stato.
La società, la scienza e la cultura
L’incontro tra un uomo di Chiesa e una personalità “laica” ma sempre aperta al dialogo
Gianfranco Ravasi
Ho viva nella memoria quella mattina del 26 settembre 2023 a Montecitorio durante l’addio funebre al presidente Napolitano, quando offrii una testimonianza del mio legame con lui attraverso un polittico di ricordi: il 25 aprile 1998 quando Ministro dell’Interno visitò l’Ambrosiana e con emozione aprì l’autografo Dei delitti e delle pene di Beccaria cercando le pagine sulla pena di morte; il 2010 quando presentammo a Benedetto XVI il De Europa citando Thomas Mann “Il cristianesimo e l’antica cultura mediterranea sono le colonne portanti dello spirito occidentale”; la terza scena scandita da cultura e arte, dal suo amore per Thomas Mann e Dante – l’ultima volta che lo vidi aveva sulla scrivania un’edizione-miniatura della Divina Commedia che leggeva come breviario laico – e dalla musica, i concerti con Benedetto XVI incluso quello di Barenboim con la West Eastern Divan Orchestra a Castel Gandolfo dove dopo l’Ave verum di Mozart mi disse “Sono stati quattro minuti di bellezza ultraterrena”. L’ultimo quadro è il 5 ottobre 2012 ad Assisi nel “Cortile dei Gentili” dove tenne una straordinaria lezione sul rapporto società-religione confessando di aver lasciato la pratica religiosa ma di “rispondere sempre a un intimo bisogno di raccoglimento” e concludendo che “dalla schiettezza del dialogo tra credenti e non credenti possono venire stimoli e sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale e di senso morale di cui ha acuto bisogno la nostra comunità nazionale”.
Sempre vicino allo sport italiano
Giovanni Malagò
Giorgio Napolitano è nel pantheon delle eccellenze che hanno lasciato una firma indelebile sulla storia del Paese, non solo come primo Presidente eletto per due mandati, ma per l’esempio di rigore e serietà nell’opera politica e istituzionale, baluardo dell’Italia repubblicana che ne difese l’identità sopra ogni ideologia. Ha lasciato il segno anche nello sport con passione da appassionato sostenitore: primo tifoso di campionesse e campioni, nel 2016 ricevette il Collare d’Oro – unico tra i nostri Capi di Stato – dopo aver nel 2006 volato a Berlino per la vittoria ai Mondiali di Calcio, nel 2008 consegnato la Coppa Italia denominata “Coppa del Presidente”, dal 2008 al 2014 affidato la bandiera ai nostri alfieri olimpici da Rossi a Zoeggeler a Di Centa a Vezzali, inaugurato nel 2009 i Mondiali di Nuoto, ospitato nel 2010 il ricevimento per il cinquantesimo di Roma 1960, partecipato nel 2012 a Londra visitando il Villaggio Olimpico – ultimo Presidente a farlo – e nel 2014 celebrato i 100 anni del CONI davanti a Thomas Bach. Non ha mai fatto mancare vicinanza ai protagonisti con parole di rara sensibilità consapevole del loro ruolo verso i giovani, e il suo modo di essere fu fonte di insegnamento: c’era laica sacralità dietro le sue parole accompagnate dall’ironia che disvelava purezza del pensiero, sapeva tirare fuori il meglio dalle persone con linguaggio che faceva vibrare le corde dell’anima. È entrato nei cuori degli atleti con semplicità e umiltà di chi sa come si raggiungono i traguardi facendoli diventare nuovi punti di partenza per diventare persone migliori prima che campioni: un fuoriclasse a misura d’uomo, il primo tifoso che non tradisce mai.
Un impegno reale: i progetti nelle periferie
Renzo Piano
Ho viva nella memoria quella mattina del 26 settembre 2023 a Montecitorio durante l’addio funebre al presidente Napolitano, quando offrii una testimonianza del mio legame con lui attraverso un polittico di ricordi: il 25 aprile 1998 quando Ministro dell’Interno visitò l’Ambrosiana e con emozione aprì l’autografo Dei delitti e delle pene di Beccaria cercando le pagine sulla pena di morte; il 2010 quando presentammo a Benedetto XVI il De Europa citando Thomas Mann “Il cristianesimo e l’antica cultura mediterranea sono le colonne portanti dello spirito occidentale”; la terza scena scandita da cultura e arte, dal suo amore per Thomas Mann e Dante – l’ultima volta che lo vidi aveva sulla scrivania un’edizione-miniatura della Divina Commedia che leggeva come breviario laico – e dalla musica, i concerti con Benedetto XVI incluso quello di Barenboim con la West Eastern Divan Orchestra a Castel Gandolfo dove dopo l’Ave verum di Mozart mi disse “Sono stati quattro minuti di bellezza ultraterrena”. L’ultimo quadro è il 5 ottobre 2012 ad Assisi nel “Cortile dei Gentili” dove tenne una straordinaria lezione sul rapporto società-religione confessando di aver lasciato la pratica religiosa ma di “rispondere sempre a un intimo bisogno di raccoglimento” e concludendo che “dalla schiettezza del dialogo tra credenti e non credenti possono venire stimoli e sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale e di senso morale di cui ha acuto bisogno la nostra comunità nazionale”.
La fiducia nei giovani e nel sapere
Francesco Profumo
Momenti preziosi: Giorgio Napolitano, Presidente Emerito e Senatore a Vita, mi chiamava perché salissi al suo ufficio al quarto piano di Palazzo Giustiniani per passeggiare sulla terrazza piena di sole – bisognava fare attenzione ai tre gradini – e poi tanti consigli, commenti, ricordi, imperativi: “Tu sei il più cosmopolita dei Senatori a Vita” mi diceva, mi osservava in silenzio poi mi diceva qualcosa per farmi coraggio come si fa con un bambino. Tutto cominciò in una giornata di pioggia a New York, in un taxi bloccato nel traffico: una sua telefonata mi chiese se accettassi la nomina di Senatore a Vita, “è un lavoro serio, un impegno reale – l’ho proposto anche a Claudio Abbado”, e subito chiamai Claudio che disse “Accettiamo! Io chiederò di rendere l’insegnamento della musica obbligatorio nelle scuole e cercherò di portare la musica nelle periferie”. “Allora io farò, con dei giovani, tanti piccolissimi progetti nelle periferie” gli risposi, e quando richiamai Napolitano per dirgli cosa avrei fatto restò in silenzio, ci pensò e disse “mi hai sorpreso, è una bella idea” – seguirono molti momenti preziosi che non dimenticherò mai.
I libri, le librerie e la Fondazione Feltrinelli
Carlo Feltrinelli
Giorgio Napolitano è stato l’unico esponente politico con un vero interesse verso le nostre realtà – i libri, le librerie, la Fondazione Feltrinelli – un’attenzione che ci accompagnò dagli anni Settanta: pur dissentendo dagli Opuscoli Marxisti che pubblicavamo, non smise di cogliere la vocazione di una storia il cui ceppo gli era ben noto, dalla inaugurazione della libreria di via Vittorio Emanuele Orlando nel 1976 che divenne uno dei suoi luoghi più assidui, al sostegno in anni difficili, ai seminari presso la Fondazione. A cementare la familiarità provvide l’amicizia con Inge Feltrinelli – mia madre diceva ridendo che fisicamente suo padre le ricordava Giorgio – che condividevano scambi su libri e humor sul circo delle élite nazionali con Gaia Servadio nella sua cucina londinese insieme a Claudio Abbado ed Eric Hobsbawm, con Maldonado che chiamò per il Convegno degli intellettuali all’Eliseo nel 1977, e con Veca nel tentativo di arginare la decadenza della cultura politica della sinistra. Ho avuto la fortuna della sua confidenza in tanti incontri romani, visite milanesi e una vacanza a Stromboli, e nel 2016 pubblicai quattro suoi interventi sull’Europa: “Se la prova suprema di vocazione politica la si dà ritentando l’impossibile, quello di un’Europa sempre più unita è l’impossibile che dobbiamo ritentare – Europa, se non ora, quando?”
Storie di cinema e di amicizia
Giuseppe Tornatore
C’è una fotografia cara del giorno della presentazione del libro con Francesco Rosi: ci siamo io, Rosi e al centro Giorgio Napolitano che tiene affettuosamente una mano sul mio braccio rivolgendosi a Francesco con complicità gioiosa, come vecchi amici che si intendono senza parole. Durante quei mesi ricevetti una lettera personale di Napolitano che mi ringraziava del tempo dedicato a Franco nel momento difficile del lutto per Giancarla – segno di una sensibilità rara e di quell’impulso protettivo che solo chi conosce la fragilità umana può esercitare con discrezione. Un’altra fotografia lo ritrae con Emanuele Macaluso ai funerali di Pio La Torre il Primo Maggio 1982: in testa al corteo appaiono smarriti dal dolore ma con sguardi vigili, talmente vicini da sembrare volersi sorreggere nell’immagine della loro grande amicizia e immensa unione politica. Ricordo quando dopo la proiezione di Baarìa – sapeva che recensioni false mi avevano ferito – si alzò, mi venne incontro e mi abbracciò in un gesto di riparazione morale potentissimo, e quando a Palazzo Giustiniani mi regalò l’autobiografia di Spinelli consigliandomi “I diari non si scrivono a fine giornata perché la notte si è stanchi – bisogna scrivere la mattina quando si riconquista una prospettiva oggettiva”, e quando consultai Macaluso sulla candidatura al PD lui mi disse sereno “C’è tempo, tu devi fare il cinema”. Lui, Rosi e Macaluso erano uniti da senso della responsabilità civile, della memoria, della Storia, e nel 2013 dissi che senza Giorgio Napolitano il Paese sarebbe affondato – lo penso ancora oggi.
