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Giorgio Napolitano è stato il protagonista più longevo delle istituzioni e della politica italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale e una delle figure di riferimento del progetto di un’Europa unita dopo la fine dell’equilibrio bipolare.

La sua scelta di vita matura a contatto con un gruppo di giovani intellettuali napoletani orientati a sinistra, un’esperienza decisiva per l’adesione al Partito comunista italiano nell’autunno del 1945. La sua biografia si incrocia fin da ora con gli interpreti del meridionalismo comunista. Mario Alicata, Giorgio Amendola ed Emilio Sereni sono i suoi punti di riferimento, mentre il suo interesse per il Mezzogiorno si caratterizza per l’attenzione ai temi dello sviluppo economico rilevabile già nel suo primo decennio da deputato, tra il 1953 e il 1963. Negli stessi anni, Napolitano diventa un protagonista nazionale del Pci: responsabile della Commissione lavoro di massa (1960), membro della Direzione (1962), coordinatore della segreteria e dell’Ufficio politico (1966) e perciò unico dirigente insieme al segretario Luigi Longo a far parte dei tre principali organismi dirigenti del partito.

Negli anni Settanta è tra i principali interpreti del compromesso storico e della solidarietà nazionale. Il rovello suo e di altri dirigenti comunisti è la definitiva acquisizione di una legittimazione a governare. Durante la solidarietà nazionale è un convinto sostenitore della “strategia dei due tempi”, ossia della circolarità tra contenimento salariale, riforme e rilancio degli investimenti. Nel 1979 i comunisti tornano all’opposizione, per scelte proprie e per la recrudescenza dello scontro bipolare, e lì rimarranno fino alla fine del Pci. Negli anni Ottanta Napolitano si caratterizza per l’attività parlamentare, il dialogo con le altre forze politiche anche in momenti di duro scontro e, dalla metà del decennio, per i ruoli di responsabilità nella politica estera del partito che si propone di avvicinare sempre più alle sinistre europee socialiste e democratiche. Il suo contributo alla nascita del Partito democratico della sinistra va in direzione di un socialismo europeista e riformista.

Pur rimanendo una voce influente nel dibattito e nelle scelte della sinistra italiana, dagli anni Novanta la sua biografia inizia adesso a caratterizzarsi per il profilo istituzionale. Il 3 giugno 1992 è eletto presidente della Camera che guida in un crocevia fondamentale e drammatico della storia repubblicana, scossa dallo stragismo mafioso e dalle inchieste giudiziarie che conducono all’implosione dei principali partiti. Dopo la vittoria dell’Ulivo nelle elezioni dell’aprile 1996, Napolitano assume per due anni l’incarico di ministro dell’Interno, distinguendosi per il contrasto alla criminalità organizzata e il contributo alla riforma della legislazione sull’immigrazione. Eletto al Parlamento europeo nel 1999, è inoltre Presidente della Commissione per gli Affari costituzionali fino al termine della legislatura. Si tratta anche di un riconoscimento del suo impegno per l’unificazione nel momento in cui è in discussione il progetto di Costituzione europea, successivamente abbandonato in seguito alla sconfitta della ratifica del Trattato per referendum in Francia e nei Paesi Bassi.

Terminata l’esperienza di europarlamentare, il 23 settembre 2005 è nominato senatore a vita da Carlo Azeglio Ciampi e il 10 maggio 2006 viene eletto Presidente della Repubblica con 543 voti. Il settennato al Quirinale è caratterizzato dalle sfide interne e internazionali che l’Italia affronta a rischio della propria stabilità. Il suo primo biennio da Presidente è segnato dalla fragilità degli esecutivi nati dalle elezioni del 2006 che conduce alla conclusione anticipata della legislatura. Le elezioni del 2008 consegnano una solida maggioranza alla coalizione guidata da Silvio Berlusconi, ma la crisi economica, che investe prima gli Stati Uniti dal 2007 e poi si estende all’Europa, e quella politica affrontata dalla coalizione di centrodestra dal 2010 sono i principali motivi per cui la Presidenza della Repubblica assume un ruolo progressivamente più incisivo. Il Quirinale è chiamato a salvaguardare la coesione interna e la credibilità internazionale del paese tra l’estate e l’autunno del 2011 quando il governo guidato da Berlusconi si avvia a conclusione e il senatore a vita Mario Monti viene nominato presidente del Consiglio.

Il 2011 è anche l’anno in cui Napolitano guida le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unificazione italiana, dopo aver iniziato da tempo un “pellegrinaggio laico” attraverso i principali luoghi della memoria del Risorgimento e della nazione unita.

Le celebrazioni hanno l’esplicita intenzione di saldare un simbolico comune attraverso motivi e protagonisti del Risorgimento scongiurando parimenti le ipotesi di disarticolazione della nazion nel tempo presente.
Il termine del mandato, nel 2013, coincide con una fase di stallo della politica nazionale, visto che le elezioni di febbraio non consegnano nessuna maggioranza stabile. Non solo la formazione di un nuovo governo, ma anche l’elezione del nuovo presidente della Repubblica sembrano bloccate dai veti incrociati tra coalizioni e nuovi protagonisti della politica nazionale, ma anche dai dissidi intestini alla coalizione di maggioranza relativa,
quella di centrosinistra. In questo contesto, Napolitano viene rieletto al Quirinale al quarto scrutinio con 738 voti, tra i quali anche quelli di partiti e movimenti che non avevano lesinato critiche alla sua interpretazione del ruolo presidenziale. La rielezione, all’epoca un caso eccezionale nella storia della repubblica, è una ulteriore conferma del ruolo di salvaguardia e di tutela che gli viene attribuito in una fase in cui le forze politiche si rivelano non autosufficienti nel governo del paese.
La sua seconda esperienza al Quirinale dura circa due anni. Il 14 gennaio 2015, Napolitano rassegna le sue dimissioni e diviene senatore a vita e di diritto in quanto ex Presidente. In questa veste continua a impegnarsi sui temi che ne hanno caratterizzato i nove anni al Quirinale, dall’impegno per le riforme istituzionali alla rivendicazione di un europeismo fondato sul rispetto di una regolazione economica comune ma anche su obiettivi di crescita che la rendano sostenibile.